01/10/2017 - Qui di seguito l'intervista effettuata da Giulia Soldati agli Sfaratthons, pubblicata lo scorso Settembre 2017 su SIPARIO (edizioni regionali).
INTERVISTA A
“GLI SFARATTHONS”
Sul finire degli anni Settanta, una nuova generazione di ragazzi
“amanti della musica” si affaccia sulla scena borrellana
(Chieti): Giovanni Di Nunzio, Leombruno Di Nunzio, Cecilio
Luciano, Luca Luciano, Mario Rosato e Argentino D'auro
(come autore dei testi) per dare vita ad una giovane band musicale
di stampo rock progressive.
Alla band si aggiungono e sottraggono vari componenti nel corso
degli anni, fino ad un lungo periodo di stop. Nel 2011 il gruppo
viene completamente rivoluzionato e nel 2015, con l’album “La
Bestia Umana” acquista fama a livello nazionale e, grazie alla
segnalazione di un importantissimo sito di riferimento per la scena
progressive, viene conosciuto ed apprezzato anche all’estero.
Gli attuali componenti sono:
Giovanni Di Nunzio: voce e chitarra; Cecilio Luciano: batteria; Luca
Di Nunzio: tastiere, chitarra, voce; Giovanni Casciato: chitarra; Mario
Di Nunzio: basso
A cosa dovrebbe rimandare il vostro nome?
Il nostro nome è l’inglesizzazione di un termine dialettale che identifica
il perdigiorno, lo “sfaccendato”, alla maniera del “Vitellone” di
felliniana memoria. Immaginatevi la realtà di un paesino dell’entroterra
chietino: gli anziani seduti al bar vedevano tutto quel movimento,
senza senso ai loro occhi, e gli veniva da dire, fra le risate,
“ma che andate facendo tutto questo baccano in giro, sfaccendati?
State qui! Sedetevi al bar”. Da qui nacque il nome più contrastante
che si poteva utilizzare per descrivere l’anima di quei ragazzi:
sempre in movimento, sempre a fare prove e ad inventarsi
mezzi per suonare, a trascinarsi dietro strumenti pesanti e a mettere
alla prova le loro capacità organizzative.
Se girassero un film sulla vostra storia credo che non avrebbe
nulla da invidiare a perle come “Radiofreccia”, ce ne date un
assaggio?
Tenete bene a mente questi elementi: anni '70, paesino dell'entroterra
chietino, ragazzini rokkettari, balli di liscio, progressive rock,
strumenti arrangiati. Mischiateli e vedete cosa ne esce fuori!
Erano gli anni '70 e questo gruppo di ragazzi aveva una passione
sfrenata per il rock, ma si cimentavano anche in cover e serate
danzanti. Tanto che perfino il mandolino usato nel liscio, abilmente
suonato da Rosario, è rintracciabile nelle sonorità folk-progressive
della nostra produzione originale, come immaginiamo possa
essere successo alle band folk di Napoli.
In questo contesto si iniziarono a creare le basi per l'album “la
bestia umana” che vennero registrate su una musicassetta (quella
cosa rettangolare, che se volevate rimandare indietro ci voleva
un'eternità, ricordate?). Gli anni passano e quei ragazzi creativi,
seguendo i percorsi della vita, cominciano ad allontanarsi: chi va
all'estero, chi semplicemente a studiare fuori città. Il gruppo si
allenta. Dei bambini però guardavano ammirati quei ragazzi, che
erano diventati mito. Così quando nel 2015 il batterista tornò a Borrello
dall’Irlanda per un lungo periodo, ci furono delle reunion nel
corso delle quali si sono via via aggiunti membri nuovi ai due membri
originari rimasti. E nel corso dello stesso anno si diede finalmente
compiutezza al progetto giovanile dell'album “La bestia umana”.
So che all’inizio della vostra carriera musicale vi siete arrangiati
a suonare in un modo tanto originale quanto ammirevole
Sì, erano tempi epici, pensate che il nostro batterista (il più progressivo
di tutti) all’inizio ha tirato su dei tamburi con fustini di detersivo.
Si sventravano le radio a valvole di casa per rimediare i primi amplificatori.
Poi siamo passati al metodo più consueto e banale di
acquistare strumenti usati (le prime tastiere-violino, imitazioni delle
Gibson, ecc) oppure si facevano chilometri e chilometri per prendere
uno strumento in prestito. La prima chitarra con la “C” maiuscola,
l’ovation di Cat Stevens per intenderci, è arrivata nell’82.
Nostro padre, (di Giovanni, Mario e Luca n.d.r), mandolinista sin dal
secondo dopoguerra, ci diceva sempre: “ora che avete gli strumenti
non provate mai mentre ai miei tempi, con tutte le avversità
che abbiamo attraversato, sempre a far musica!”.
Ci sono membri del gruppo che vivono dall'altro lato del mondo,
come fate per provare?
Noi che siamo in Abruzzo riusciamo a vederci mensilmente. Per il
resto: inventiva, sfera di cristallo e miracoli del web! La possibilità
di scambiarsi tracce e coordinarsi ai tempi del duetto di Sinatra
sembrava impossibile! Bhè parte di quella telepatia noi ce l'abbiamo,
ma siamo anche multitasking (stare alla batteria, mentre si
canta e con il piede destro si suona la chitarra). Poi, internet, cuffie,
mixing e quei santi dei nostri amici che ci danno una mano, svoltano
la situazione!
La copertina del vostro album è molto particolare, come è nata?
Ci è stata regalata da Luca Luciano, il fratello di Cecilio, il batterista.
All’inizio ha fatto anche parte della band come voce e chitarrista.
Oggi è un pittore affermato che espone in Italia ed all’estero. Ha
disegnato questo pezzo d'arte “Anatomia di una fine” appositamente
per noi. Sostanzialmente è stato come chiedere uno schizzo
e ricevere la Cappella Sistina.
C'è anche un libro che parla di voi!
Sì! il caso ha voluto che ai tempi delle prime reunion della band,
all’inizio di quest’ultima decade, Argentino D'auro (l'autore dei testi)
stava raccogliendo i suoi scritti giovanili per raccontare quel preciso
momento della vita di quegli adolescenti. Indipendentemente
da noi, anche lui aveva sentito il desiderio di ridare vita al progetto
del Concept Album “La Bestia Umana”. Oggi quindi l’opera rivive
non solo attraverso la musica del disco, ma anche nell’opera letteraria
di Argentino D’Auro ed in quella pittorica di Luca Luciano.
Un posto dove vi piacerebbe suonare?
Nelle scuole, ci piacerebbe dire ai ragazzi: “Non sprecate il vostro
tempo in quel mondo virtuale in cui vi perdete per tante ore al giorno,
guardate cosa facevano a 17 anni degli adolescenti come voi,
fatelo anche voi dando spazio alla creatività per inseguire un
sogno!”.
E il posto più bello dove vi siete esibiti?
Sicuramente alla libreria Feltrinelli, dove abbiamo presentato libro
e cd. Un altro concerto molto sentito è stato quello “in casa” in
occasione della prima presentazione dell’album. Lo abbiamo
tenuto nei locali dell’ex distilleria “Evangelista” di Borrello: un
ambiente molto raccolto e l'emozione di suonare nel paese di
nascita del gruppo con tanta gente venuta dal circondario.
I vostri cavalli di battaglia?
“Smog”, “La dolce illusione” ma i gusti sono gusti: uno speaker
radiofonico si innamorò di “Civiltà perduta” e la scelse come canzone
da trasmettere nel programma in cui ci presentó al suo pubblico
lo scorso autunno.
Nel concerto tenutosi alla Feltrinelli siete stati onorati dalla presenza
di un flautista d’eccezione, maestro per eccellenza e cult
nella scena progressive degli anni 70: Geoff Warren. Come
l’avete conosciuto?
Geoff Warren è un flautista inglese, Jazzista di fama mondiale e musicista
a tutto tondo. Vive in Italia, a Pescara, da molti anni. A Borrello, nel
periodo estivo, tiene da un decennio un workshop di specializzazione
in flauto jazz che richiama studenti da tutta Europa. E’ una grande fortuna
poter ospitare nel nostro piccolo paese di montagna un artista di
questa levatura ed un corso di tale spessore. L’altra fortuna è che a
Geoff piacciono Borrello ed i borrellani, tanto che a luglio scorso ha
perfino deciso di sposarsi a Borrello. Tutto questo ha fatto sì che si creasse
tra noi un rapporto di grande rispetto ed amicizia. Tanto che,
quando immodestamente gli abbiamo chiesto di collaborare nell’incisione
di alcuni brani del disco non solo non ci ha mandato a quel paese
ma ci ha regalato delle vere e proprie perle. Invitiamo tutto il pubblico
di Sipario ad ascoltarlo nel brano “La dolce illusione”.
Se doveste individuare la vostra matrice originaria, quale sarebbe?
Sicuramente i miti del ProgRock internazionale, King Crismson,
Genesis, Yes, senza dimenticare Le Orme, Il Banco del mutuo soccorso,
Pfm. Tra i contemporanei sicuramente possiamo annoverare
i Porcupine Tree. Non meno influenza nella nostra musica hanno
avuto i grandi cantautori italiani come Guccini, Tenco, De Andrè ecc.
Nel progressive c'è sempre un senso di apocalisse imminente,
da cosa è ispirata questa visione?
Da un'attenzione particolare alle tematiche sociali e da un forte timore
riguardo ciò che potrebbe accadere. Le tematiche sono le stesse
dagli anni '70 ad ora: l'uomo che porta avanti un progresso esasperato
e fine a se stesso, fabbriche, ciminiere, inquinamento ambientale.
Il primo nostro concerto è stato fatto quando Obama e Putin sembravano
essere giunti ad un accordo sulle tematiche ambientali, l'ultimo
invece quando Trump gettava tutto nel cassonetto.
Oltre all'attenzione per l'ambiente e la salvaguardia dalla degenerazione
ci sono altri messaggi che vorreste trasmettere?
Si, ci piacerebbe ricordare a tutti di coltivare la passione per la
musica, scoprirne la bellezza. Quando noi eravamo ragazzi era faticoso
e dispendioso sia in tempo che in denaro. Invece adesso con
l'avvento delle nuove tecnologie è molto più facile fare e vivere la
musica per chi ne ha voglia.
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